Il plenipotenziario e la sua corte

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(3.continua) Essere plenipotenziari ha i suoi lati duri: bisogna essere sempre protagonisti, sicuri, tenere in scacco gli avversari, come si suol dire.

In fondo il Nostro era giunto al potere, ad impugnare lo scettro del comando non per diritto di dinastia ( che erano altri i designati )  ma per pura abilità.

Oddio, l’abilità era un suo merito ma non si può nascondere che la democrazia era finita acartequarantotto e sulla sedia più alta di quel fortunato Paese sedeva appunto il giovanotto che tra un sorriso, un ammiccamento, una ciarla a buon mercato, una citazione men che meno dotta, passava tra i Signori del mondo quando forse la verità era che il popolo (non l’oligarchia) navigava in gorghi tempestosi e la barca era sempre lì lì per affondare.

Attorno al Plenipotenziario vivacchiava un’orda di personaggi per lo più inconcludenti, untuosi signori sempre pronti all’inchino e al canto di lode. Come attori collaudati, molti di loro recitavano parti impegnative, legiferavano su materie ardite che sovvertivano, quasi mai in meglio, l’ordine del Paese stesso. Decidevano sulla vita del popolo e, sembrava, non ne capissero un’emerita acca.

Ma i pranzi si sprecavano, le risse pure, addolcite da brevi ma ripetute interruzioni con le mandorle di Avola che, come è noto, ritardando l’invecchiamento ed essendo energizzanti regalavano anche una buona dose di buonumore.

Così, mentre le casse dello Stato a disposizione di tutti, divenivano sempre più esangui, la dolce vita continuava e gli anni passavano in santa pace.