Le damigelle di palazzo

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(2.continua) Il plenipotenziario, dunque, se la passava piuttosto benino.

Oddio qualche grana ce l’aveva pure lui: i soliti disfattisti che cercavano di ostacolare quel suo tranquillo tran tran di padrone di tutte le cose e che, talvolta riuscendovi, tentavano di metterlo alla gogna ridicolizzandone le movenze e il  parlare. Anche quei giornalacci di provincia che, timidamente (questo sì), si permettevano di mettere in dubbio certe sue , a dir la verità, folcloristiche affermazioni su come se la passavano bene i sudditi di quel fortunato Paese. Meno male che, con lungimiranza, li stava spianando tutti raccogliendoli sotto il confortevole ombrello di pluritestate amiche ed osannanti.

Eppoi non era stato facile divenire plenipotenziario in un Paese dove c’era stato il brutto vizio della democrazia. Ma, distribuendo serenità a pioggia, il Nostro lo era diventato.

Osservando da vicino questo fantastico superEroe ci si accorgeva presto che non gli mancava  nulla. Si era dotato di un’immagine definibile come “completa”: studi, moglie e figli, arrampicata intelligente nel Palazzo, eliminazione, incruenta s’intende, degli avversari che con precisi colpi aveva affondato tutti come palline nelle buche del biliardo, codazzo di servi obbedienti e fedeli almeno fino a che poteva definirsi Plenipotenziario. 

Un colpo da Maestro lo aveva messo subito a segno, spazzando via i capelli bianchi, quelli che ne avevano viste tante e che sapevano perciò leggere gli avvenimenti nel futuro. Sì potevano servire, ma a lui scocciavano. Tutte ‘ste rughe’ in giro, ‘ ste andature su scarpe rasoterra, ‘sti ponti in bocca e ‘sti gonnelloni informi. No, no a Palazzo doveva esserci un bel vedere! E ci fu.

Le porte si aprirono a fanciulle dagli occhioni sgranati, dai tacchi quindici, dai profili posteriori ineccepibili. Che ai microfoni gettavano sapientemente le giacche e mostravano camicette pudìche ma straripanti di lieta giovinezza.  (continua)